Zucchero, concerto a Verona: trionfo (asciutto) all’Arena, la recensione – estetica

Zucchero, concerto a Verona: trionfo (asciutto) all’Arena, la recensione – estetica


E per fortuna non ha piovuto. Perché venerdì e sabato il pubblico si è fatto la doccia mentre assisteva allo spettacolo di Zucchero, e io ignara di tutto sono andata lì solo con il mio giacchino di felpa. Invece no, il tempo ha retto e anzi, a farci compagnia, c’è stata una luna quasi completamente piena che ha dato quel tocco in più di poesia al Black Cat di Zucchero.

Uno spettacolo bello, a tratti dolce, a tratti scatenato, che riesce inconsapevolmente a travolgerti. Già l’Arena è, di per sé, affascinante, vederla sold out e unita in un unico coro arriva a farti rabbrividire. Zucchero è stato in primis umano. Nessuna sfumatura da star, nessun atteggiamento di superiorità o supponenza. Ieri “l’Adelmo” si è divertito con noi, ha ballato, saltato, si è emozionato (nel ricordare l’amico Luciano Pavarotti), e soprattutto è stato grato a noi, che eravamo lì, e ancor di più al pubblico delle due sere precedenti che era rimasto sotto la pioggia ad ascoltarlo.

Ma veniamo al concerto, coinvolgente e blues. Zucchero è un vero animale da palcoscenico, scatenato, con una voce che dal vivo è impressionante, sbalorditiva a volte. Lo spettacolo è totale, fa emozionare con le canzoni sentimentali, fa ballare con quelle piene di ritmo. È un’esplosione di musica piena, suonata ad alti livelli. Fornaciari è accompagnato sul palco da ben tredici musicisti (tra cui quattro donne) che suonano il loro strumento con l’anima. La straordinaria batterista dal rossetto blu, la corista dalla voce spaziale, il grande sassofonista James Thompson e una chitarrista e un bassista che hanno fatto assoli da paura.

Al suo diciassettesimo tour ha l’energia di un ragazzo, ed è l’unico artista italiano ad aver in programma undici date all’Arena di Verona, segno del suo intramontabile successo. Sugar dagli occhi vivi e veri. Sugar che crede (infinitamente) nel blues. Sugar e il suo inseparabile cappello a cilindro che ha fatto parte dello spettacolo fino alla fine, fino ai saluti, ai ringraziamenti e alla standing ovation più che meritata.

Dopo il gran finale, però, Zucchero torna sul palco, sfinito, per salutarci con una canzone che culla l’anima. “Ovunque appoggi il mio cappello, quella è casa mia”, cita Marvin Gaye, lo lascia sul palco, canta col cuore “Un piccolo aiuto”, fa vibrare le corde più profonde e poi sparisce dietro le quinte, non prima di aver appoggiato il suo cappello sul microfono. L’Arena, senza dubbio, è casa sua.

Serena Zunino