Zucchero apre trionfalmente il suo settembre all’Arena di Verona

Zucchero apre trionfalmente il suo settembre all’Arena di Verona

Un palco di grande impatto, con una scenografia decisamente teatrale che trasuda simboli del mondo del blues: incorniciato dai due occhi del “Black Cat”, nelle cui pupille ci sono due maxi schermi, e da due impalcature in legno che ricordano le torri petrolifere da Far West, mentre sullo sfondo campeggia il cuore di Gesù simbolo della House of Blues. E Zucchero utilizza un microfono in stile anni 50 con la scritta “Respect”. “Dopo l’Europa andremo anche in giro per il mondo con la stessa band, ma con una scenografia diversa – spiega lui -. Non ho bisogno d’altro. Qui in Europa ho voluto dare spazio anche alla scenografia perché sono in spazi dove me lo posso permettere”.

Forma a parte è la sostanza che conta. Ed è composta da più di 30 pezzi, dove l’ultimo album fa coraggiosamente la parte del leone. “Il primo capitolo è dedicato tutto a ‘Black Cat’ – spiega il cantante -. Infatti, quando ho registrato il disco l’avevo già proiettato sul live. Il secondo capitolo riguarda gran parte di ‘Chocabeck’, un album a cui sono molto affezionato, uno dei miei preferiti. La fine del secondo e tutto il terzo capitolo sono dedicati alle hit del passato, dove suono anche qualche brano che non facevo da tempo, tipo ‘Iruben Me’ o ‘Madre Dolcissima’”.

Nella band di 13 elementi che accompagna il bluesman emiliano spicca l’elemento femminile, in ruoli chiave“Nella band ci sono molte donne in figure centrali come chitarra, batteria e violino – spiega Sugar -. Non è stata una scelta studiata. La chitarrista, Kat Dyson, canta anche, mi piace molto il suo suono molto funky ed è una bella persona. La corista, Tonya Boyd Cannon, è nuova, viene da New Orleans, mi piace la sua estensione vocale (viene dal gospel). È divertente e positiva. Quando le dai il via inizia a fare questi balli…. È forte, ha un bel carisma. La batterista, Queen Cora Dunham, è una bestia. Lei è amica di Kat, hanno suonato insieme con Prince. Lei ha anche suonato con Beyoncè negli ultimi anni. Kat mi ha mandato delle cose da sentire e sono rimasto folgorato. Avevo sentito anche altri batteristi, anche uomini, ma lei ha qualcosa in più. Ha l’Africa dentro. La violinista, Andrea Whitt, è molto country e sul palco con me suona anche la viola nei pezzi in cui avevo bisogno di un suono più caldo. Sul palco ho due batterie che bisogna far funzionare insieme, altrimenti viene fuori un casino. Bisogna armonizzarle, così si crea un suono molto dark e grosso”.

Zucchero sente il tempo che passa. E questo si riflette tanto nella sua musica attuale, e nei temi trattati, quanto nella visione di un futuro nemmeno troppo lontano. “Più invecchio e più rispolvero la mia terra – dice -. A me fa star bene, ma magari agli altri risulta palloso. Alla mia età non me la sento di parlare di ragazzine. Che poi sono ragazzino nello spirito, rispetto a quando avevo vent’anni. Ma onestamente non mi sento di parlare anacronisticamente per rimanere giovane. Quindi cerco di avvicinarmi a quei pochi valori in cui credo ancora: le radici, le amicizie, l’amore di una volta che continua a mietere vittime. Oppure faccio l’asino con i doppi sensi quasi da osteria”. E nel futuro cosa vede? “Sto lavorando sull’House Of Blues. Sono l’unico in Italia a poter usare il marchio e lo stemma della House of Blues, il Cuore di Gesù, a Pontremoli, nella tenuta. Quando mi saró rotto i coglioni di andare in giro per il mondo, faró cento metri a piedi e chi vuole venire a sentire viene lì”.

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