Verona, attáccati a ‘sto… filobus

Verona, attáccati a ‘sto… filobus

Oltre vent’anni. Tanti ne sono passati dal giorno in cui il Comune di Verona chiese allo Stato di finanziare un nuovo sistema di trasporto pubblico. All’inizio il progetto prevedeva una tramvia su rotaia, poi con la Lega di Flavio Tosi si è virato sulla filovia elettrificata con le “bretelle” fuori dalle mura cittadine, alimentata da un generatore diesel in centro storico. In tutto 24 km, con un investimento iniziale di circa 130 milioni.

E da lì si è già cominciato a perdere tempo. Vent’anni di tira e molla: non sono pochi. Anche se si dovessero cominciare i lavori domani, non si sa certo quando finiranno. La svolta c’era stata nel novembre del 2014 quando era stato dato il primo annuncio di inizio lavori. Data: 18 dicembre. Insomma, entro Natale di due anni fa si pensava di fare un bel regalo ai veronesi con la posa della prima pietra. Poi via con le ruspe a Verona sud, dove sorgerà il deposito dei mezzi e il parcheggio scambiatore. Nell’ufficio del sindaco quel 20 novembre 2014 c’erano tutti i protagonisti: Flavio Tosi, l’assessore alla mobilità Enrico Corsi, quello all’urbanistica Francesco Marchi e il dirigente del settore mobilità Giorgio Zanini. Corsi aveva appena ricevuto il direttore di Amt, l’ingegnere  Carlo Alberto Voi. Tutto ok, tutto ok, poi l’annuncio ai giornali. Sembrava cosa fatta, e invece no.

È cambiato il progetto di rete, è stato modificato il tracciato, le aziende che dovevano realizzare i lavori non ci sono più? No, nulla di tutto questo. Più italicamente Tosi ha rotto con la Lega di Salvini e alle elezioni regionali ha presentato una sua lista in competizione con quella di Zaia. E con il governatore si è schierato l’assessore alla mobilità Enrico Corsi, lo stesso che doveva occuparsi anche di un’altra opera strategica di Tosi: il traforo. Così, nella battaglia tra tosiani e leghisti è rimasto impigliato il filobus. Nel frattempo, per cercare di sbrogliare la matassa Tosi è corso a Roma da Renzi e dal ministro Graziano Delrio. Da quel momento le grane si sono triplicate. A cominciare dal terremoto ai vertici di Amt con i ripetuti tentativi di dimissioni del presidente, l’avvocato Stefano Ederle, tosiano di provenienza di An, che le ha già date due volte a distanza di tre mesi, e sempre vendendosele respinte dal sindaco, che lo ha invitato a rimanere al suo posto non si sa più quante volte. Anche ieri si sono susseguite febbrili riunioni, e alla fine Tosi lo ha blindato.

C’è poi la lotta per l’investitura del direttore dei lavori, carica che Tosi ha assegnato al dirigente comunale Luciano Ortolani in contrasto con il direttore di Amt, Voi, dichiarato incompatibile con il ruolo di direttore dei lavori del filobus. Uno dei protagonisti, Francesco Marchi, nel frattempo non è più assessore ma consulente-ombra del sindaco, ma anche lui è finito in un’inchiesta giudiziaria per abuso d’ufficio. Il sindaco lo ha già difeso a spada tratta, ma il dirigente dovrà sottoporsi a un passaggio agli uffici giudiziari.

In questa situazione caotica è tornata alla carica la Lega, naturalmente in funzione anti-Tosi. «Tra dimissioni presentate e ritirate, attacchi continui verso il direttore generale di Amt e annunci e continue smentite dall’inizio dei lavori», ha detto il segretario-senatore della Lega Nord Paolo Tosato, «la situazione inizia a diventare molto grave e preoccupante. Avevamo messo in evidenza i rischi che si sarebbero corsi se si fosse firmata la consegna dei lavori senza necessarie garanzie. Ora i nodi stanno arrivando al pettine. Ritardi e costi aggiuntivi sono stati i primi segnali preoccupanti. Ora si aggiunge la litigiosità tra giunta e Amt. Si evidenzia sempre più il rischio che una delle opere più importanti per Verona negli ultimi decenni si trasformi in uno dei più grandi insuccessi». Tutto ineccepibile. Se non fosse che l’ex assessore Corsi, oggi consigliere regionale leghista per Zaia, è stato della partita fino a ieri.

A parte i cambi di casacca e le verità a periodi alterni, sul tappeto resta la sostanza del problema, che l’opposizione Pd ha sintetizzato in cinque domande. Per il capogruppo in consiglio comunale Michele Bertucco e i consiglieri Luigi Ugoli e Eugenio Bertolotti, son troppi aspetti che non tornano: dal direttore dei lavori alla scelta del mezzo, dall’avvio dei cantieri al pool di aziende. Perché l’amministrazione con l’avallo della maggioranza del cda ha voluto consegnare a tutti i costi i lavori prima di approvare la scelta del mezzo, discostandosi così dal contratto d’appalto? Perché l’amministrazione si è accontentata di ricevere un progetto in esecutivo incompleto? Perché si rimette in discussione la lunghezza del mezzo? Perché il cda viene escluso dalle discussioni importanti? Dall’Amt arrivano le  rassicurazioni sia sulla copertura finanziaria che sulla soluzione, approvata dal ministero, sulla lunghezza dei mezzi (18 o 24 metri). Quanto ottimismo. Le ruspe che dovevano arrivare prima a marzo e poi ad aprile, si vedranno a maggio. Ma le elezioni amministrative si avvicinano, e quel giorno l’obliterazione del biglietto, anzi della scheda elettorale, la faranno i veronesi. Resta il dubbio: una città come Verona, afflitta com’é da problemi di traffico e di smog, può rimanere ostaggio di queste diatribe?

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