Traffico di virus, prosciolta Capua: "Una vita sconvolta"

Traffico di virus, prosciolta Capua: "Una vita sconvolta"

ROMA – “Questa storia ha sconvolto la mia vita” racconta oggi Ilaria Capua, virologa italiana di fama mondiale, dal suo ufficio alla University of Florida. Oggi che il tribunale di Verona ha dichiarato il non luogo a procedere per i reati di traffico internazionale di virus, tentata epidemia, associazione per delinquere, abuso d’ufficio e concussione, la scienziata e deputata di Scelta civica tira un amaro sospiro di sollievo.

Il proscioglimento di ieri chiude la storia di un processo per un presunto traffico di virus animali iniziato nel 2004 (all’epoca dell’epidemia di influenza aviaria) e arrivato alle richieste di rinvio a giudizio nel 2014. Tutto però era nato ancora prima, nel 1999, quando un dirigente dell’azienda produttrice di vaccini Merial era stato indagato dall’Homeland Security negli Usa perché sospettato di aver ricevuto alcuni virus di aviaria nella sua casa di Cesena senza aver seguito le procedure di sicurezza.

Gli Usa avvertono Roma, che nel 2004 avvia le indagini. Nel 2014 il processo viene spacchettato tra Verona, Padova e Pavia. Coinvolge 41 imputati fra virologi, responsabili di aziende produttrici di vaccini e veterinari legati all’amministrazione pubblica. Il bilancio di oggi: archiviazioni, prescrizioni, proscioglimenti per tutti i reati.

Qual è il bilancio per lei?
“La mia carriera politica distrutta, un gruppo scientifico di prim’ordine smembrato. Io mi sono trasferita qui in Florida, il mio braccio destro lavora a Vienna. Quarantuno persone perbene indagate e fatte fuori dalle loro posizioni senza troppi complimenti, le parcelle degli avvocati. Sono contenta che sia finita, non ne potevo più di questa storia. Che comunque mi ha insegnato molto”.

Cosa?
“Che bisogna stare molto attenti al telefono”.

La vostra inchiesta era molto basata sulle intercettazioni. Cosa ha detto lei per procurarsi sospetti così gravi?
“Una persona che conosco da vent’anni, tanto amico da aver regalato a mia figlia il suo orsetto preferito, lavora in una ditta che produce vaccini per animali da allevamento. In una frase ha detto “per quello che hai fatto la mia azienda dovrebbe regalarti un villino su un’isola greca”. Ma quale villino? Era così evidente che si trattava di una battuta”.

Le accuse di traffico internazionale di virus da dove possono essere nate?
“Non ne ho idea”.

Per fare ricerca, è normale far viaggiare campioni di virus?
“Sì, ma esistono procedure rigorose da seguire”.

E vengono seguite? Il caso della Merial sembrerebbe nato da una spedizione irregolare.
“Vengono rispettati, da quel che so”.

Cos’altro ha imparato?
“Che l’Italia non è un paese per persone intraprendenti. Io di cose ne ho fatte tante. All’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie ho preso un gruppo di 5 persone e l’ho portato a 70. Ho avviato una carriera politica e sono finita come un’anatra zoppa, con i 5Stelle a chiedere le mie dimissioni”.

Perché il rapporto fra magistratura e scienza a volte è così problematico?
“Perché la scienza tratta problemi complicati. Io studio le epidemie degli animali da 30 anni e ancora ho tanto da capire. Bisogna che la magistratura sia affiancata da figure professionali al di sopra delle parti. Possibilmente straniere, viste le faide e le fazioni che esistono in Italia”.

Come si trova oggi in Florida?
“Vivevo al centro di Roma, sono finita in mezzo ad autostrade a quattro corsie. Ma dirigo il centro di eccellenza “One Health” alla University of Florida. Qui hanno avviato una campagna di reclutamento di 65 alte professionalità in tutto il mondo e in ogni disciplina. Un po’ come si fa nel calcio per mettere insieme la squadra migliore. Collaboro ancora con l’Europa e con l’Italia”.

Suo marito, che pure è stato coinvolto e nell’inchiesta senza conseguenze, cosa fa?
“Continua a lavorare in Scozia, ma non voglio parlare della mia famiglia”.

Di cosa si occupa in Florida?
“Di Zika e di un’epidemia dei volatili diffusa in Etiopia”.

Nel 2006 fece clamore la sua decisione di rendere pubblico il Dna del virus dell’aviaria. Oggi la scienza è più aperta, anche grazie al suo gesto?
“Sì, è molto più aperta, ma ancora non basta. Ho appena spedito una lettera a Nature perché su Zika bisogna collaborare di più”.