Strade paralizzate, sporcizia e atti vandalici lungo le strade del …

Strade paralizzate, sporcizia e atti vandalici lungo le strade del …

La mia amica Gianna (che – per non impelagarsi in assurdi, inutili e futili pettegolezzi – è la moglie del mitico fotografo Renato Vettorato) mi dice che quando ho Qualcosa di Molto Interessante da trasmettere non dovrei postarlo solo su Facebook, perché quella socialbacheca non la frequentano tutti. E l’amica Gianna è una di questi. Lei ha un profilo splendido, ma non un profilo faceboocoso.

E allora, sollecitata a diffondere il verbo (nel senso etimologico di parola-al-vento) su altri trampolini, posto anche nel mio blog quanto mi è successo qualche giorno fa.

Cosa? Ah! niente di che.

E’ solo che ho paparazzato un prete figo. E questo è il resoconto.

“Dunque qualche giorno fa vado a Canale d’Agordo per l’inaugurazione del Museo di Papa Luciani.

Il museo si presenta bene: strepitosa – soprattutto vista dall’esterno lato est – la teca espositiva, selezionatissimi i ricordi, le testimonianze, le tracce lasciate da questo Papa dal sorriso dolce, e dai 33 giorni di pontificato.
Nella piazza del comune, intitolata a Giovanni Paolo I, fino all’ora della messa solenne ci sono solo giornalisti. Cioè colleghi. Sono in fibrillazione perché aspettano l’arrivo del cardinale Parolin, segretario di stato vaticano.
E Parolin non si fa attendere. Arriva in vesti cardinalizie dal colore paonazzo (davvero: si chiama così la tinta) ed è subito attorniato dalle telecamere, dagli iPhone e da microfonini che spuntano come chiodini (siamo o no nell’Agordino?).

Io sto a guardare (sono sempre la solita strulla: dovevo informarmi prima sul cardinale Parolin, no? avrei dovuto saperlo prima che si era battuto per rivedere la norma assurda del celibato tra i preti…Niente: occasione di quesito intelligente persa anche questa volta).

Comunque, mentre sto imbambolata a guardare che succede (niente, fondamentalmente), vedo affacciarsi da una finestra della canonica un parroco strafigo. Non esagero (vi mostro le foto). Capelli neri, ondulati, lunghi a coprire il collo, sguardo profondo, barba finto incolta: il parroco (che si qualifica come tale solo in virtù dell’abito talare) dice qualcosa a qualcuno che sta sotto.

E a me, che sto sotto, pare di vedere – che so – Banderas quando era giovane e non lavorava alla Barilla.

Resto encantada.
Poi, tempo qualche frazione di balbettio insulso (il mio), il parroco esce dalla canonica.
Alto più o meno un metro e novanta, atletico, slanciato, si dirige a passo spedito verso la parrocchiale, per nulla intralciato dal lungo vestito nero, che su di lui sembra griffato Armani.

Io? Finalmente sfilo il cellulare (sta sempre dove non deve) e mi butto all’inseguimento di don Banderas.

Chi osserva la scena poi mi dirà che gli sembrava di stare nella trasmissione Gazebo (la conoscete? io no). Perché mentre tutto il circo mediatico seguiva il cardinale, io affrettavo il passo, gli tagliavo brutalmente la strada sfiorandolo col gomito, e miravo la mia assurda telecamerina in direzione del nulla. Alla fine, comunque sono stata premiata. Don Banderas è uscito dalla chiesa svettando tra una ventina di parroci della diocesi. Aveva addosso una mantellina ricamata (Fulvio Fioretti mi spiega che si chiama “cotta”), ma il viso, il portamento, il carisma erano strepitosi.

Mentre saliva sull’altare ho finalmente iniziato la mia inchiesta giornalistica. Ho intervistato alcuni volontari della protezione civile, dei fedeli, delle signore dall’aria accaldata, una poliziotta dal rossetto lunga tenuta fucsia: chiedevo lumi su quel parroco.

Quale?
Quello giovane. Quello che sta sull’altare. Come fate a non notarlo?
Niente. Tutti guardavano il segretario di stato vaticano. A quanto pareva.
Morale? Nessuna. Anzi una: se non trovi quello che cerchi tra la folla, guarda su internet.

Nella rete infatti ho trovato nome e cognome e data di ordinazione sacerdotale di don Banderas (è il soprannome che merita tutto).

E ho arguito che l’espressione “quanto ben di Dio” ha a volte una sua ragione d’essere.

Se mai don Banderas (di cui da brava giornalista non rivelerò il nome vero) dovesse riconoscersi in questo assurdo post facebookesco, spero mi perdonerà. L’ho detto all’inizio: sono strulla. E sensibile al bello.”

Ecco. Il tutto finisce qui.E spero che Gianna sia soddisfatta. Io so che pure lei è sensbilissima a certe sfumature edonistiche.