Sogno una città che alzi lo sguardo e investa sui talenti

Sogno una città che alzi lo sguardo e investa sui talenti

Alessandro Anderloni, attore, autore e regista, è direttore artistico della rassegna di teatro Velofestival, del festival musicale Voci e Luci in Lessinia e del Film Festival della Lessinia, concorso internazionale dedicato alla storia e alle tradizioni della montagna. Dirige il teatro comunale di Lonigo e cura la stagione di prosa al Teatro Ristori. Sono più di cento gli spettacoli che ha messo in scena, coinvolgendo più di duemila attori, soprattutto bambini, adolescenti e giovani. Il suo scrivere e dirigere nasce con gli stessi interpreti dei suoi spettacoli. Predilige la sua lingua madre, il dialetto della montagna veronese, a cui affianca la lingua italiana. Dal 2014 conduce un laboratorio di teatro nel carcere di Montorio e dal 2015un laboratorio di teatro in lingua tedesca per il Goethe Institut nella sede cittadina. Prosegue con lui il dibattito sullo stato di salute della cultura a Verona.

Verona e la cultura: da uomo di teatro che immagine ha di questorapporto?

Lo definirei «ombelicale»: per indicare la tendenza di Verona a guardarsi, appunto, l’ombelico. E dire che questa città ha naturalmente il ruolo di crocevia tra il Nord Europa e il Mediterraneo, tra la cultura atlantica e i Paesi dell’est. Ma manca l’attitudine adalzare lo sguardo: la bellezza della città resta statica, abbiamo perso gli strumenti per vederla, perchè guardiamo sempre dallo stesso punto di vista. Questa città non alza lo sguardo.

Per pigrizia? Per timore? Perchè potrebbe significare il rischio di cambiare?

Per rispondere uso una frase che il mio professore di Lettera all’Università, Gilberto Lonardi (la persona che mi ha fatto scoprire Leopardi e il melodramma) mi disse un giorno mentre passeggiavamo per Verona: «Guarda che meraviglia di città, una città di marmo, bellissima, ma prova tu a scaldare il marmo». Ecco: manca il calore della passione culturale, questa città aspetta che le cose accadano altrove e, se là si affermano, le ritiene degne di sguardo. Un esempio? Dubito che Marco Paolini, oggi ospite fisso delle maggiori rassegne, potesse venire scoperto a Verona.

L’auspicio rispetto ad un cambio di amministrazione, in ambito culturale, è dunque un maggiore slancio al, diciamo così, movimento, alla circolazione di idee e ideatori?

L’auspicio innanzitutto è che Verona possa avere un assessore alla Cultura (che oggi non ha) che parli almeno inglese e tedesco, oltre che italiano e veronese. Un assessore che la cammini, questa città, nei suoi spazi culturali e formativi e che investa in un progetto di ampio respiro su teatro, musica e danza per le scuole di ogni ordine e grado. Faccio un sogno (che potrebbe diventare realtà): che si investano 100mila euro del pubblico più altri 100mila che arrivino da sponsor privati per finanziare progetti di arte e spettacolo nelle scuole durante tutto l’anno scolastico, che si chiudano con una settimana di arti sceniche sui palcoscenici di Nuovo, Ristori, Filarmonico, Camploy. In questo modo, in dieci anni si cambierebbe il volto della città. Ma deve essere la scuola pubblica a proporre tutto questo, in una forma di coinvolgimento democratico, perchè ci sarebbero altrimenti bambini e ragazzi che non avrebbero mai tale opportunità. Gli spazi per farlo non mancano.

Ecco: spazi culturali, al di là dei grandi teatri, diciamo dell’ufficialità.

Ce ne sono e ci sono anche realtà molto vivaci e interessanti. Faccio due esempi: la Fucina Machiavelli che ha investito per salvare gli spazi dell’ex centro Mazziano, e la Fonderia Aperta dei Totola. Poi, però, questi sbazi bisogna fare in modo che le associazioni riescano ad aprirli e farli vivere il più possibile, contaminando proposte senza paura di sbagliare, accettando di sporcarsi le mani con la terra. C’è anche un altro punto: quando arriva qualchenuovo spazio culturale, da chi già esiste troppo speso viene vissuto come rischio di «concorrenza», come se una maggiore offerta togliesse pubblico agli altri. È vero, semmai, l’inverso: più spazi fanno crescere il pubblico. Eppure, drammaticamente, all’ingresso dei vari teatri veronesi non ci sono mai i programmi degli altri teatri: appunto, la temuta concorrenza, il «mi porta via il pubblico». Nei teatri della provincia di Vicenza lo spettatore trova i programmi di tutti i teatri, grazie alla rete «Teatri vivi». A Verona non ci si pensa nemmeno.

A chi si occupa di teatro non si può non chiedere anche dei grandi spazi del teatro: la stagione areniana, l’Estate teatrale al Romano.

L’Arena è lirica, lirica, lirica. Lo ripeto proprio tre volte. Penso alle grandi stagioni, al decennio Ernani-Perucci: non si trovava un biglietto nemmeno in seconda galleria. Per i più grandi cantanti l’Arena era non «una» ma «la» meta. Perchè il nostro anfiteatro torni ad essere, come deve, il centro del mondo della lirica e del balletto ci vuole un grande progetto artistico e non solo manageriale. Salisburgo e Bregenz non sonosulla luna. L’Arena deve recuperare autorevolezza, ha un coro e ballerini eccellenti. Quanto al Teatro Romano, in una città di turismo come Verona perchè facciamo Shakespeare senza mettere i sottotitoli in inglese, come è consuetudine in tutte le capitali europee? Ancora una volta, bisogna alzare lo sguardo e osare.

La domanda più personale. Il libro, letto di recente, che l’ha colpita.

É «Il nemico del popolo» di Ibsen: l’ho riletto trovandolo di una modernità sconcertante là dove parla del muro del potere costituito e della battaglia per l’ambiente e la civiltà.