Roma, sconfitti in partenza

Roma, sconfitti in partenza

Se si dovesse giudicare dai manifesti apparsi in Roma per le elezioni comunali, la palma di presenze andrebbe oggi assegnata al barbuto e paffuto Mario Adinolfi, il quale impazza in un buon numero di cartelloni col proprio faccione e col simbolo del movimento da lui testé fondato, il Popolo della famiglia. Alla scritta del nome del partito si aggiungono quattro figurette all’esergo (due genitori, un bimbo e una bimba) e la dicitura «No gender nelle scuole». È l’ennesimo candidato al Campidoglio, in una serie che tende a dilatarsi col passare delle settimane.

Il Popolo della famiglia deriva direttamente dal cosiddetto Family day, celebrato al Circo Massimo. Adinolfi ha puntato molto sulla traduzione politica di quella manifestazione e sui ventilati due milioni (davvero?) di presenti, risultando però quasi isolato. Troppe sono le precedenti esperienze di partiti cattolici o etici, tutte deludenti sul piano dei voti, perché si possano nutrire speranze in un successo anche limitato. Adinolfi, però, non è nuovo a simili esperienze. Soltanto i puntigliosi cronisti elettorali possono ricordarsene: già nel 2001 si candidò a sindaco di Roma, riportando meno di 1.600 voti, pari allo 0,1%, con la lista denominata Democrazia diretta (in concorrenza con un piccolo stuolo di altre formazioni tutte definite democrazia: europea, moderna, attiva, popolare). All’evidenza non prova alcuna remora a finire confinato nell’elenco di coloro che nemmeno raggiungono quota un per cento. A Roma, poi, sembra ormai divenuto uno sport il presentarsi senza alcuna speranza di riportare un seggio: tre anni fa furono la bellezza di quaranta le liste in competizione per ben diciannove candidati a primo cittadino.

Che cosa muova tanti, come Adinolfi, a promuovere liste disperate, resta un mistero. Negli anni cinquanta si sussurrava che vi fossero liste di disturbo foraggiate dal ministero dell’Interno. Adesso liste minori e minime di appoggio possono servire ai partiti maggiori per rastrellare voti, puntando sul proselitismo dei singoli candidati, specie nelle circoscrizioni o municipi. Il comportamento di un ex deputato del Pd come Adinolfi, che sgomiti con una lista da tutti data per fallimentare e che già affronti spese di propaganda, rimane difficilmente spiegabile alla luce della razionalità politica. Del resto, qual era la razionalità di Giuliano Ferrara, quando nel 2008 partorì la «lista pazza» (tale da lui definita) antiabortista, che si fermò sotto lo 0,4%? O, sempre in tema di razionalità e per restare in Roma Capitale, c’è da chiedersi se non sia una summa d’irragionevolezze il comportamento di ben altra candidata sindaco, Giorgia Meloni, che subito paralizza la candidatura comune del centro-destra mettendo il veto su Marchini, successivamente rinvia la propria candidatura, dopo di che s’inventa due nomi (Rampelli e la Dalla Chiesa) destinati a durare insieme lo spazio di un mattino, prima accetta e poi respinge Bertolaso, per riproporre infine sé stessa. Sembra che parecchi siano pronti a infastidire gli altri o ad agire da bischeri, per dirla in vernacolo, piuttosto che a operare una propria lineare e fruttifera linea politica. A proposito: quale razionalità deve assegnarsi alla sparata del sindaco di Verona, Flavio Tosi, col suo annuncio, per ora senza seguito, di candidarsi pure lui a Roma?

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