Pronto soccorso Un paziente su due è un codice bianco

Pronto soccorso Un paziente su due è un codice bianco

Furbetti, ansiosi o più banalmente persone disposte a accollarsi ore di attesa e a spendere quattrini per avere il responso subito? Qualunque sia la motivazione, la conseguenza è evidente. Da gennaio a fine maggio (ultimi dati disponibili) il 46,2% degli accessi ai Pronto soccorso dei due ospedali cittadini, Borgo Trento e Borgo Roma, sono stati classificati alle dimissioni come codici bianchi. La media regionale, nello stesso periodo, è stata del 42%. Tradotto dal burocratese, i codici bianchi sono non urgenze, casi differibili che dovevano e potevano trovare risposta sul territorio.

Questa la teoria; la pratica, si sa, è altra cosa, ma al cittadino poco importa. L’ospedale è per quasi un veneto su due la destinazione primaria in presenza di un sintomo che crea dolore e apprensione. Con buona pace del medico di famiglia e di guardia medica, oggi continuità assistenziale e dei discorsi che sentiamo da anni (quanti? abbiamo perso il conto) sulla sinergia fra ospedale e territorio.

Il direttore generale dell’Ulss 9 di Treviso, Francesco Benazzi, ha deciso di rompere gli indugi, prevedendo al Pronto soccorso di Ca’ Foncello un’area dedicata per assistere i codici bianchi: due ambulatori in cui operano 18 medici di continuità assistenziale, in attività dalle 13 alle 19 dal lunedì al venerdì e 24 ore su 24 il sabato e tutti i giorni festivi; una sala d’aspetto con 50 posti. Costo dell’operazione: 340.000 euro. Per il cittadino utente non cambia nulla: saranno gli infermieri addetti al triage a stabilire il codice di ingresso e se indirizzato all’ambulatorio dovrà pagare alle dimissioni il ticket (quello fisso e quello regionale) e il ticket per ogni prestazione.

Un’idea non nuova, in verità: nella vicina Lombardia gli ambulatori taglia code sono stati aperti in 30 ospedali a partire dal 2012. Anche l’ospedale di Lagonegro, Basilicata, ha attivato l’ambulatorio dei codici bianchi dal maggio 2014 e il costo della visita è 25 euro.

Il Veneto ci arriva adesso, in via sperimentale, ma il governatore Luca Zaia ha già dichiarato che «se la novità avrà esiti positivi a Treviso, sarà poi esportata velocemente in tutti i Pronto soccorso».

Si può fare? «Certo che si può fare, la soluzione è esclusivamente di natura politico-amministrativa: devono mettersi d’accordo l’Ulss e l’Azienda integrata», risponde il dottor Carlo Matteo Peruzzini, che rappresenta i medici di continuità assistenziale iscritti alla Fimmg, il principale sindacato dei medici di medicina generale. Peruzzini rammenta che un progetto simile a quello di Treviso «era stato messo in cantiere all’ospedale di San Bonifacio, utilizzando medici di continuità assistenziale al di fuori dell’attività istituzionale». E che anche il patto aziendale sottoscritto con l’Ulss 20 prevede qualcosa di analogo, ma il progetto è nel cassetto».

Come la gran parte delle iniziative per il territorio, d’altra parte, con la conseguenza che il cittadino corre direttamente all’ospedale. «Il cittadino va al Pronto soccorso», argomenta Peruzzini, «per avere una diagnostica in tempi rapidi pagando, per aggirare le liste di attesa. Le difficoltà delle cure primarie a organizzarsi sono evidenti, anche a Verona. Le medicine di gruppo aggregate stentano a partire, per cui nella fase di transizione sarebbe interessante creare gli ambulatori per i codici bianchi. Nell’impossibilità di drenare pazienti impropri nel territorio, andiamo a seguirli in ospedale. Se c’è la volontà l’accordo si può sottoscrivere domani. L’unica richiesta dei medici riguarda la copertura assicurativa, che per evidenti motivi non può essere quella per l’assistenza primaria. La risposta assistenziale dell’ospedale è diversa e il medico deve essere tutelato».