orsi & tori

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Perfino il nemico numero uno dei gufi, il presidente del Consiglio Matteo Renzi, ha finito per gufare contro le banche, probabilmente senza accorgersene. Lo ha fatto, evidentemente senza volontà di nuocere e con parole apparentemente non negative, quando è stato ospite della trasmissione domenicale super popolare condotta da Barbara D’Urso: «In Italia ci sono troppe banche e troppi banchieri… con le nuove regole europee questo non può continuare, bisogna metterle insieme, unirle». Se il presidente del Consiglio dice quasi urbi et orbi che le regole europee impongono consolidamenti che cosa pensa, il presidente Renzi, che gli italiani, i risparmiatori e depositanti italiani capiscano? Evidentemente una cosa sola: che ci sono banche che da sole non ce la fanno, quindi nonostante abbia premesso che gli italiani delle banche italiane si possono fidare, gli italiani inevitabilmente sono a domandarsi quali sono le banche che per proseguire l’attività hanno bisogno di fondersi, quindi banche di cui non fidarsi. Il fatto è, Caro Presidente, che da un anno di banche si parla troppo e spesso a sproposito, mentre delle banche meno si parla e meglio è. Lo sa perché? Perché il vero patrimonio del sistema bancario, l’unico fattore che può garantire buon funzionamento e stabilità, è la fiducia dei depositanti, dei clienti. Senza fiducia, nessuna banca sarebbe in grado di sopravvivere. Per questo i grandi governatori della Banca d’Italia, da Luigi Einaudi a Guido Carli, a Paolo Baffi, a Carlo Azeglio Ciampi, a Mario Draghi, hanno sempre predicato il silenzio; hanno sempre operato in modo che qualsiasi atto riguardante una banca fosse prima compiuto e poi reso noto. Gli annunci sulle banche sono come annunci ai naviganti: mettono in agitazione anche se prevedono tempo bello. Rispetto alle banche occorre operare in silenzio, meditando bene le scelte, controllando tutto prima di prendere una decisione e parlare solo quando la decisione è ferma.

In Italia invece sta avvenendo drammaticamente il contrario. È vero, c’è un evidente abbassamento di livello della Banca d’Italia, con tutto il rispetto per l’onestà e l’impegno di chi vi lavora; è vero quindi che è mancata la regia del banchiere dei banchieri e quindi le difficoltà e i problemi non sono stati prevenuti e risolti in silenzio come nel passato, facendoli diventare drammatici e irreversibili e lasciando che si allargasse lo spazio per politicanti all’assalto; è vero che la minaccia più grave alla stabilità delle banche nazionali viene da Bruxelles e dagli uffici della Vigilanza unificata di Francoforte; tutto ciò è vero ma, proprio per questo, occorre recuperare rigore e silenzio, operando ma senza fare annunci temerari.

Gli errori compiuti in questi ultimi anni sono numerosi e gravi: il fallimento delle quattro banche è il risultato di incertezze, ritardi e superficialità. Che la Banca delle Marche fosse in pericolo lo si sapeva da anni, al punto che Bankitalia aveva chiesto a un suo ex dirigente di altissimo livello intellettuale e pratico, il professor Rainer Masera, di assumere la presidenza: peccato che quando l’ex presidente del Sanpaolo si era insediato, non ci aveva messo molto a scoprire che la situazione era assai più grave di quella che risultava dal rapporto di ispezione della Banca d’Italia, al punto che Masera aveva deciso ben presto di uscire. Idem per Banca dell’Etruria: il palleggiamento del caso in Banca d’Italia è durato almeno due anni, senza una decisione solida e cioè o commissariarla o spingerla dentro la pancia di una banca più grande. CariFerrara e Carichieti erano problemi risolvibili in pochi giorni, date le dimensioni.

Invece sono esplosi e si sono sommati alla destabilizzazione del sistema delle popolari: prima gli annunci in sede politica, poi un decreto legge di trasformazione in spa con l’obiettivo di creare accorpamenti ma senza nessuna sensibilità ai valori della mutualità propri delle popolari. E senza tener conto che ci sono esempi di banche popolari che non hanno nessuna necessità di accorparsi, vista l’efficienza e la capacità di produrre reddito che hanno, prima di tutte la Popolare di Sondrio. L’aver preso poi un provvedimento d’urgenza ha esposto le banche a interventi vessatori della Vigilanza unificata di Francoforte, la quale dalla sera alla mattina, per le popolari non quotate, ha praticamente eliminato il fondo di riacquisto delle azioni proprie, rendendo impossibile rivendere le azioni da parte dei soci che avevano bisogno di incassare e innescando così un inevitabile processo di sfiducia degli istituti che non ha fatto altro che amplificare e far precipitare le problematiche e le debolezze degli istituti stessi. Sicuramente c’erano banche con pesanti debolezze e anche irregolarità dovute alla disonestà dei manager, come nel caso della Popolare di Vicenza e quindi queste debolezze dovevano essere sanate: ma aver bloccato il processo di riacquisto delle azioni, su cui si è basato per decenni il mercato delle azioni delle popolari non quotate, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Era questa una situazione che doveva essere ben chiara alla Banca d’Italia prima che la Vigilanza passasse a Francoforte, era quindi necessario che la Banca centrale italiana intervenisse per chiedere tempo in modo da rimediare e non rendere esplosiva la situazione. In altri tempi il potere negoziale di Bankitalia, il rispetto di cui godeva a Bruxelles (si pensi solo al ruolo svolto per il sistema monetario europeo da Tommaso Padoa Schioppa), era tale che le banche più in difficoltà non si sarebbero trovate da sole nella tempesta.

Infine la decisione di non usare il Fondo di garanzia finanziato da tutto il sistema bancario e considerato arbitrariamente da Bruxelles organismo pubblico, perché istituito da una legge e vigilato dalla Banca d’Italia. Altri uomini, sapendo che i fondi non erano pubblici e che quindi l’intervento non poteva essere considerato aiuto di Stato, non si sarebbero lasciati intimorire dalle minacce della Direzione competizione di Bruxelles e avrebbero ordinatamente salvato le quattro banche fatte fallire.

Del resto, basta guardare cosa ha fatto la Germania anche in queste ultime settimane: ha salvato con l’immissione di denaro pubblico la Hsh Nordbank giustificando l’intervento come non aiuto di Stato con il fatto che la Repubblica federale di Germania era già azionista della banca. Ma in Germania hanno fatto di più: esistono due fondi di garanzia, uno per garantire i depositanti fino a 100 mila euro (e questo è pubblico) e un altro privato, alimentato dalle varie banche del Paese, che potrà intervenire in qualsiasi momento in aiuto di istituti in difficoltà anche privati.

Molti giuristi sono convinti che se fosse stato fatto intervenire per le quattro banche il Fondo di garanzia e la Commissione Ue avesse comminato una multa all’Italia, il ricorso alla Corte di giustizia europeo avrebbe sicuramente assolto il Paese.

Su questo tema ha scritto su MF-Milano Finanza articoli fondamentali Paolo Savona, l’allievo prediletto di Carli, che del Fondo è stato a lungo presidente.

Come si vede, i problemi delle banche italiane e la conseguente sfiducia dei risparmiatori sono in primo luogo il frutto di errori di gestione sia legislativa sia, e prima ancora, di gestione di chi fino a non molto tempo fa, la Banca d’Italia, aveva pieni poteri sulle banche nazionali. Ma tutto è stato ampliato da voci incompetenti o interessate, tali da far diventare argomento di prima pagina i casi bancari, spingendo in questo modo alle stelle la sfiducia su varie banche. E il paradosso è che finora, per le popolari, non si è attuato nessuno dei processi di integrazione e consolidamento che erano auspicati. Anzi si sta assistendo a un caso assurdo che dovrebbe chiarire a tutti come, per impedire danni maggiori, sia necessario non dire più una parola una, negativa o critica, sul sistema bancario italiano. Anche solo dicendo che le banche italiane devono diminuire di numero, come ha fatto imprudentemente il presidente Renzi, è negativissimo e a poco serve aggiungere poi che gli italiani delle banche italiane si devono fidare: è il messaggio negativo o critico che pesa in maniera decisiva, non la descrizione della solidità (reale) del sistema.

Il caso assurdo è quello della progettata e perseguita fusione fra la profittevole Banca popolare di Milano e il Banco popolare, che già ha riunito nel passato varie banche popolari, come la Lodi, che appunto fu fatta allora approdare sotto il controllo di Verona per evitare che fallisse dopo le malversazioni di Gianpiero Fiorani. Da tempo i bravissimi amministratori delegati delle due banche, Giuseppe Castagna e Pier Francesco Saviotti, hanno trovato il pieno accordo superando non pochi problemi di governance. Bene: da settimane la perfida Vigilanza unificata di Francoforte si diletta a impedire che si proceda, con le giustificazioni più cervellotiche.

La vicenda Milano-Verona è espressione del vero problema che ha davanti non solo il sistema bancario italiano ma quello di tutti i Paesi che non reggono la coda alla Germania, che, come è stato ripetutamente scritto e documentato su questo giornale, domina la Vigilanza unificata tanto da averla fatta diventare un corpo autonomo rispetto alla parte di Banca centrale europea che sotto la presidenza di Draghi gestisce la politica monetaria. Contrariamente a ogni logica gestionale di una banca centrale, la Germania, con la compiacenza della Francia, è riuscita a far sì che il Consiglio dei governatori che sono l’organo supremo della Bce non abbia nessun potere di controllo o di indirizzo sulla Vigilanza: in caso di dissenso sull’operato, dovrebbe aprire un conflitto presso il Parlamento europeo. «Figuriamoci se si può andare a discutere pubblicamente di una banca in difficoltà o di un intervento da compiere», ha commentato con un amico Draghi. Ma non è tutto; il Bundestag, il Parlamento tedesco, non pago della grande autonomia di cui la Vigilanza gode rispetto al vertice della Bce, ha votato un ordine del giorno perché la stessa Vigilanza sia addirittura scorporata dalla Banca centrale. Come se fra la definizione della politica monetaria e le regole di vigilanza, tra i parametri che vengono imposti e gli interventi che vengono fatti sulle banche, non ci fosse nessuna relazione.

Qui c’è il vero problema tecnico-politico su cui l’Unione europea può dissolversi, perché la separatezza fra Vigilanza e vertice della Bce, che fissa la politica monetaria, non solo mette a rischio il sistema bancario per la fissazione e l’applicazione di regole assurde in un periodo di crisi (le regole dure si fissano quando le cose vanno bene), ma appunto vanifica i provvedimenti disperati di Draghi.

Giovedì 10 Draghi, non senza difficoltà, ha varato altri provvedimenti sul modello americano, che hanno l’obiettivo di rilanciare lo sviluppo e di far risalire l’inflazione, che ora in molti Paesi europei è deflazione. In particolare un provvedimento è fondamentale: il varo di un’altra Ltro, cioè la possibilità per le banche di finanziarsi a tasso zero presso la Bce. Questa volta Draghi ha messo come condizione vincolante per le banche che i capitali attinti siano tradotti in credito per il sistema produttivo che ne ha più bisogno. In Italia, in Spagna e in molti altri Paesi ad aver bisogno di credito e a tassi bassi, come consente l’acquisizione dei capitali a costo zero da parte delle banche commerciali, sono milioni di aziende piccole e medie. Finora, con le precedenti Ltro, i crediti sono finiti solo ai gruppi che non ne avevano bisogno. Per una semplice ragione: perché la Vigilanza impone che le banche facciano credito a chi ha rating buoni, non a chi, a causa di una crisi lunga otto anni, ha accumulato debiti e quindi rating cattivi, ma che, se avesse nuovi finanziamenti, potrebbe rilanciarsi.

Ma se le banche non possono finanziare chi ne ha bisogno, le aziende o le famiglie falliranno e quindi i crediti in essere saranno persi e le banche stesse entreranno in difficoltà, con la perdita di ogni chance di ritorno alla crescita e quindi alla creazione di posti di lavoro. E con le aziende e le banche, entrerà in crisi l’unica politica monetaria, quella attuata da Draghi, che ha prodotto negli Stati Uniti il ritorno allo sviluppo. Sarà quindi la vittoria della Germania e della sua linea del rigore assurdo.

Provate a mettere a stecchetto chi è anoressico invece di cercare di farlo mangiare: l’anoressia diventerà presto morte. La cancelliera Angela Mekel vuole la morte per anoressia dell’Unione europea? È sulla buona strada per riuscirci.

Il circolo vizioso può essere interrotto solo dalla crescita di forza politica in Europa dell’Italia, affiancata da altri Paesi in difficoltà. Ma per accrescere la sua forza politica, Renzi deve poter liberare il Paese, salvando così anche la politica monetaria di Draghi, dal cancro che lo affligge: l’enorme debito pubblico, con la cessione, in un colpo secco, degli asset immobiliari. Nei giorni scorsi, come questo giornale aveva anticipato, il direttore generale del Catasto, Roberto Reggi, ex sindaco di Piacenza ed ex sottosegretario del governo Renzi, ha per la prima volta parlato, in un’intervista a Repubblica, della necessità di una operazione straordinaria, con la creazione di un veicolo, per cedere immobili in misura capace a tagliare significativamente il debito pubblico. È quanto l’Associazione L’Italia c’è propone e sostiene da anni.

In realtà Renzi ha un’altra chance per liberare risorse utili agli investimenti e alla riduzione della pressione fiscale. C’è chi valuta che il rating ufficiale dell’Italia possa essere migliore di uno o due notch, cioè uno o due livelli, rispetto a quello di StandardPoor. Se ciò avverrà, attraverso una istituzione con credibilità internazionale, nella migliore delle ipotesi sarebbe un risparmio di una quindicina di miliardi di euro per il settore pubblico complessivo e di 8 miliardi per il settore privato. Tutte risorse per investimenti e minori tasse.

Occorre però che sia il taglio del debito che la rettifica del rating siano perseguiti immediatamente, prima che la ripresina-ina si spenga. Le persone più competenti e più vicine a Renzi spingono perché tutto avvenga massimo nei prossimi 3-4 mesi. Durante i quali sarà bene evitare ogni parola negativa sul sistema bancario, che finanzia per l’85% il sistema economico nazionale e per il 95% quello delle piccole e medie imprese. (riproduzione riservata)

Paolo Panerai