«In politica l’impegno non conta più»

«In politica l’impegno non conta più»

TRENTO. Probabilmente occupa meno righe scrivere quello che non è stato, politicamente, in provincia e in regione, piuttosto che elencare le cariche ricoperte. Gran doroteo, Pierluigi Angeli, non appena è scoppiata la grana dei vitalizi ha dato le dimissioni da presidente dell’associazione degli ex consiglieri, non ha fatto ricorso contro la richiesta di restituzione dei soldi da parte della Regione e versato quanto dovuto. È stato presidente Dc della giunta provinciale come di quella regionale, più volte assessore, ai vertici della cooperazione, nella quale si è formato, come dell’aeroporto di Verona, di cui è stato vicepresidente fino a non molto tempo fa. E’ tutt’ora presidente nazionale di Federconsumatori. Di classe dirigente, della sua selezione, se ne intende come pochi. Perché cresciuto quando le “scuole” di partito c’erano. E del caso Pedergnana, eletto presidente del governativo Patt, poi dimessosi a causa delle foto, sconcertanti, che lo riprendono nel saluto romano e in un bacio affettuoso al santino del Duce, commenta: «No, una cosa del genere non penso proprio sarebbe accaduta ai miei tempi, che non sono mica poi così lontani».

E perché no?

La selezione, dentro il partito, c’era. Venivano verificate le qualità, l’idoneità, la capacità per poter ricoprire certe cariche. C’era una scuola sociale, nel nostro caso quella cattolica, e di partito. Ci si preparava ad assumersi le responsabilità, nelle associazioni, ad esempio, passando per i Comuni e oltre. Sarebbe stato ben difficile non essere “beccati”, per usare un’immagine, ce ne fossero state le ragioni.

Che vuol dire? Che adesso sono un po’, chi più chi meno, per così dire, “apprendisti stregoni”?

Guardi, non voglio offendere nessuno. Però, una cosa la dico.

Prego.

A me sembra che adesso le scelte vengano fatte non tanto puntando alla qualità di uomini che possano interpretare le istanze della comunità.

Quindi, secondo quali regole si compiono certe scelte?

La sensazione che ho è che certe scelte siano fatte più che altro per valorizzare chi le fa.

Ma è così difficile trovare competenze, e quindi classe dirigente, da mettere a disposizione e a servizio della comunità?

Non è che sia difficile. E’ che, ormai, la situazione è stravolta. Una volta, impegnarsi nel sociale e nel politico era un onore. Quando, nei primi anni Settanta, ero segretario del partito, c’era una grande richiesta da parte di tanti professionisti, medici, avvocati, commercialisti, per collaborare nei vari comitati, prima ancora di fare politica nelle istituzioni. D’altronde, al tempo si stava ancora ricostruendo una società che usciva da una guerra mondiale non lontanissima. Ed era un lavoro culturale, politico, che interessava gli aspetti occupazionali ed economici della nostra realtà. C’era una tensione positiva e disponibilità, anche in termini di volontariato. Pensi che, io che sono nato a Dro, ho fatto anche il vicepresidente del Guaita di Pietramurata, per dire come funzionavano le cose.

Sta sostenendo che adesso non è più così.

Diciamo che la politica è venuta meno alla sua capacità di provvedere al bene comune. Adesso

la gente, più che entrarci dentro, scappa. Prevalgono gli interessi di partito, di gruppo, di club.

Tornasse indietro, ma nella situazione attuale, si metterebbe ancora in politica?

Certo. Perché impegnarsi per la comunità è importante. Non ci si può isolare e stare fuori.