Il mio quartiere: i pettegolezzi e le scarpe di Mustafa

Il mio quartiere: i pettegolezzi e le scarpe di Mustafa

Nel quartiere in cui abito ogni mattina già alle 7.30 le botteghe aprono le serrande: il fruttivendolo, la panetteria-pasticceria, il fioraio, il macellaio-salumiere, il bazaar cinese (che non chiude mai), la parrucchiera romena e il tabaccaio-giornalaio con le slot machine. Insomma è un alacre via vai di gente che si prepara alla nuova giornata. Il giardinetto davanti al municipio alle 8 è già occupato dalle signore africane che dopo aver lasciato a scuola i loro bimbi si spaparanzano sulle panchine sotto gli alberi e iniziano le loro infinite conversazioni telefoniche urlando a più non posso nelle loro lingue d’origine, osservate da lontano dai frettolosi passanti indigeni, un po’ indignati dal palese ozio ostentato. Le casalinghe autoctone che si raccolgono a gruppetti per una chiaccheratina o un caffè al bar di Sofia (la cinese che parla veronese) hanno un’ età media che si aggira sui 70 anni e sono tutte belle signore sobrie e curate fin dal mattino, hanno borse e scarpe che sembrano nuove tanto son tenute bene, i capelli sono “a postoâ€� con riccioli da bigodini, e sembrano curiose di tutto. Io faccio parte del gruppo un po’ bizzarro del rione, quelli che ogni mattina con qualsiasi tempo vanno a correre al parco dell’Adige e al ritorno fanno la spesa in tuta o calzoncini e scarpe sportive. Mi avvicino al gruppetto di inquiline del mio palazzo e le saluto con un chiassoso “Buongiorno belle signore!â€�. Sorridono, mi trovano simpatica nonostante il mio abbigliamento sia poco consono per la spesa, ma vengo perdonata perchè data la loro età mi ritengono ancora â€�una butelaâ€� e comunque “forestaâ€�, vista la mia “stranaâ€� provenienza turca-milanese. Mi immergo nel pettegolezzo del giorno: oggi si parla di quella famiglia araba che da poco si è trasferita nel nostro palazzo: â€�Hanno steso degli enormi tappeti che sgocciolano torrenti nel balcone del primo piano, uno dei bambini ha gettato il gelato contro i vetri del vicino, lasciano motorino, bicicletta e carrozzina nell’androne! “E poi…â€� sussurra la più maliziosa sgranando gli occhietti da topolina: “Il nostro pianerottolo è interamente occupato dalle loro scarpe, alcune con i calcagni schiacciati! Ma quanti sono in quella casa? E’ una vergogna, possibile che nessuno dica niente?â€�. Avevo notato quel camion da trasloco, qualche giorno prima, davanti al nostro caseggiato; un po’ scalcinato e pieno di masserizie, mi aveva portato alla mente i traslochi dei migranti dall’Anatolia a Istanbul, nel nostro rione di Suadiye: ammassi di suppellettili legate con grosse funi sui cassoni di vecchi furgoni, e ricordavo l’espressione seccata dei residenti della zona che guardavano preoccupati l’arrivo dei nuovi abitanti anatolici, troppo grossolani e poco cool per il nostro elegante quartiere! (fine prima parte)