Dacca, assalto Isis Uccisi 9 italiani Salvo un veronese

Dacca, assalto Isis Uccisi 9 italiani Salvo un veronese

“Stavo lavorando in cucina, ero in sostituzione del cuoco. Nella sala c’era un tavolo di italiani, amici che frequentano spesso il ristorante. All’improvviso abbiamo sentito i primi spari, io e il collega argentino siamo scappati sul tetto insieme agli altri ragazzi che erano nella cucina”. Jacopo Bioni, 34enne veronese, è uno dei due italiani riusciti a fuggire alla strage di Dacca di venerdì sera. Scappato sul tetto dell’edificio mentre gli attentatori sparavano sui clienti del ristorante, ha continuato poi la sua fuga “quando abbiamo sentito gli uomini che salivano le scale, sparando. Ci siamo buttati giù dal tetto”, racconta dalla sua abitazione nella città bengalese, “e abbiamo iniziato a correre, disperdendoci. Nella fuga sono riuscito a entrare in una casa, dove una famiglia mi ha tenuto nascosto protetto, per diverse ore”. ASCOLTA IL SUO RACCONTO QUI

DIECI ORE DI SANGUE

Dieci ore di terrore e di sangue, 13 minuti per il blitz delle forze speciali bengalesi, poi il conteggio infinito dei morti, dei feriti, dei sopravvissuti. L’assalto con presa d’ostaggi compiuto da nove terroristi dell’Isis la notte scorsa all’Holey Artisan Bakery, ristorantino chic affacciato sul lago nel cuore del quartiere diplomatico di Dacca, è terminato con 20 civili uccisi tra cui 9 italiani imprenditori del tessile, 7 giapponesi e un americano, un numero imprecisato di feriti, 13 ostaggi portati in salvo e 6 assalitori eliminati. Uno solo è stato catturato, ferito. In serata una notizia positiva dalla Farnesina: il decimo italiano in un primo momento dato per disperso non era nel ristorante al momento dell’attacco e ha contattato la famiglia. Il commando jihadista era arrivato all’Holey Artisan Bakery poco dopo le 9 di sera, ora locale. Nelle mani dei killer un vero e proprio arsenale, kalashnikov, bombe a mano, machete. Non ci sono state incertezze: prima gli spari e il grido ormai diventato sinonimo di morte in tutto il mondo ’Allah u Akbar’, poi alcune raffiche ad altezza d’uomo che hanno freddato due poliziotti, l’irruzione nel ristorante, le luci spente e le telecamere messe fuori uso, gli stranieri dalla pelle chiara sgozzati con ferocia. Infine la tragica messa in scena degli interrogatori degli altri avventori presi in ostaggio ai quali veniva imposto di recitare alcuni versetti del Corano. Per chi non ci riusciva non c’è stato scampo e così sono stati ammazzati anche un indiano e due bengalesi, un ragazzo e una ragazza studenti di università americane tornati a casa per trascorrere la fine del Ramadan con i loro familiari. Intanto fuori era il caos. I pochi che casualmente erano sfuggiti agli assassini – l’imprenditore Gian Galeazzo Boschetti era in giardino a fare una telefonata, il cuoco 
veronese Iacopo Bioni, lo chef italo-argentino Diego Rossini e altri dipendenti del locale che al primo sparo avevano intuito la tragedia si erano rifugiati su una terrazza – avevano dato l’allarme. E le forze speciali avevano isolato la zona circondando l’edificio, facendo confluire mezzi di soccorso e pianificando un intervento per liberare gli ostaggi. L’attesa però è stata lunga, c’era la consapevolezza che comunque un’azione di forza avrebbe causato anche vittime innocenti. «Nessuna intenzione di trattare», dicevano fonti vicine al governo ma testimoni sussurravano: «Si sta cercando un contatto». Nulla da fare. Le ore passavano e nel ristorante trasformato in trappola gli stranieri dei ’Paesi crociatì (così li definirà più tardi nella sua seconda rivendicazione lo Stato Islamico) morivano. Torturati, sgozzati. Sottolineerà l’agenzia Amaq, megafono dell’Isis, che «i combattenti» hanno identificato e rilasciato «i musulmani», presumibilmente persone che avevano saputo recitare versetti del Corano. Numerose testimonianze in tal senso lo confermano. Restano discrepanze invece sul numero dei terroristi entrati in azione per uccidere e per farsi uccidere. Sul suo sito controllato dall’Agenzia di monitoraggio dei siti islamici (Site), l’Isis afferma che il commando era formato da cinque persone e ne pubblica le foto: giovani con kefiah biancorossa in testa e kalashnikov in pugno. Nessun accenno al terrorista che il portavoce dell’esercito ha dato per ferito e catturato annunciando, dopo soli 13 minuti di blitz con spari e esplosioni trasmessi in diretta dalla televisione locale ATN News: «L’operazione è conclusa. La situazione è del tutto sotto controllo». Oggi il Bangladesh appare come ripiegato su se stesso. La premier Sheikh Hasina ha decretato due giorni di lutto nazionale dopo aver promesso a caldo di essere determinata a sradicare il terrorismo. «Che musulmani sono – si è chiesta – le persone che compiono azioni così orribili? È gente senza alcuna religione. Il popolo deve resistere al terrorismo». Ma nel Paese asiatico tradizionalmente laico e tollerante, la paura sta diventando il sentimento più diffuso. L’assassinio negli ultimi tre anni di quasi 50 intellettuali, esponenti delle minoranze religiose, difensori dei diritti umani e musulmani laicisti sta creando voragini mai viste finora. Che per essere colmate hanno bisogno di risultati concreti sul piano della sicurezza, ma anche nella lotta alla povertà e nella promozione della scolarizzazione.