«Così non vivo più» E fa arrestare un imprenditore

«Così non vivo più» E fa arrestare un imprenditore

Non spaventarsi ed essere forti. Non lasciarsi soggiogare. Non credere che sia «troppo» amore perché «è solo ossessione». Lui «non smetterà mai». Bisogna «denunciare», sempre.

Lucia Annibali, vittima di stalker sfregiata con l’acido, da anni in prima linea per sensibilizzare le donne sulla «necessità di alzare la testa e parlare», continua a ripeterlo: «Abbiate la forza di agire, fate qualcosa in fretta, non perdete tempo». Ha la stessa determinazione di un’altra sopravvissuta alla violenza dell’ex fidanzato, la veronese Laura Roveri, pure lei impegnata a raccontare la propria storia in giro per l’Italia «perché serva d’aiuto a chi vive nel terrore e non sa cosa fare».

Forse aveva in mente le vicende terribili di queste e di tante altre perseguitate di stalking quando l’altro pomeriggio alle 17 è andata dai carabinieri di Verona a raccontare, piangendo, che quell’uomo le aveva ridotto la vita ad un inferno e che non ne poteva più, che aveva paura, che si sentiva minacciata, che non era più sicura da nessuna parte. Lei è una ventottenne residente in città, dipendente amministrativa di una nota ditta in Zai. Lui, ben più grande di quasi vent’anni, padre di una bimba di 24 mesi, è un imprenditore di successo nel settore immobiliare, nato in Francia, residente in Sardegna e domiciliato nel Mantovano a casa della madre.

Si sono conosciuti su un social lo scorso settembre, in ottobre è nata una frequentazione durata poco più di un mese fatta di incontri, cene, regali, scambi di lettere e sms, relazione finita per volontà della ragazza «perchè», scrive nella denuncia, «ha iniziato ad essere ossessivo e possessivo, pretendeva di sapere sempre cosa facessi e dove fossi… avevo la sensazione di essere controllata, mi riempiva il cellulare di messaggi, centinaia e centinaia al giorno, ad un certo punto ho bloccato il suo numero perché la situazione era diventata insostenibile».

La reazione dell’innamorato rifiutato diventa aggressiva, minatoria: «Mi diceva», ha raccontato la donna in caserma, «che era amico di carabinieri e polizia, di pezzi grossi del Sisde, di giudici, che mi controllava; ho iniziato ad avere paura ad uscire di casa, ad andare al lavoro, a spostarmi, a portare l’immondizia nei cassonetti». Proprio per tentare di mettere un punto a tanta angoscia, la giovane impiegata accetta di incontrarlo per ribadirgli nuovamente che da parte sua non c’era alcun sentimento e che voleva interrompere ogni contatto ma il confronto non porta a nulla di buono. Anzi. Inizia lo stalkeraggio anche nei confronti dell’ex fidanzato che la donna vede e frequenta di nuovo. E’ un inferno: lei arriva a fare tragitti diversi ogni volta che va in ufficio, cambia numero di cellulare, abitudini, luoghi, ma la situazione non migliora, anzi, degenera, fino a spingerla l’altro pomeriggio a sporgere denuncia. Lunedì pomeriggio, infatti, esausta, stanca di quell’inferno, decide di andare in via Salvo d’Acquisto: «Non riesco più a vivere serenamente da troppo tempo», racconta ai carabinieri, «temo sempre che sbuchi da un momento all’altro, che si presenti al portone all’improvviso come ha già fatto, non ce la faccio più, ho tenuto le lettere e le migliaia di messaggi che mi ha scritto… contengono minacce, ho paura, temo per la mia incolumità». Uscita dalla caserma, neanche il tempo di arrivare a casa e alle 19 se lo ritrova al portone. Telefona agitata ai militari: «è qui, mi ha suonato al campanello». I carabinieri le consigliano di aspettare 10 minuti e poi di scendere per incontrarlo. Nel frattempo, corrono al suo indirizzo. La ragazza esegue gli ordini, sulla porta trova 101 rose rosse e un pacchettino di una nota boutique. I due si mettono a parlare, lei lo implora «mi hai rovinato la vita, lasciami stare, vai via», il tono delle voci di alza, c’è tensione, la ragazza scoppia a piangere, trema.

I carabinieri decidono quindi di intervenire e di arrestare l’«innamorato» molesto per stalking, articolo 612 bis del codice penale. Ma lui, alle domande del giudice Claudio Prota, ieri in direttissima ha risposto negando gran parte degli addebiti a suo carico denunciati dalla parte offesa, anzi, accusandola a sua volta: «E’ stata lei a chiedermi di vederci l’altro giorno», «non l’ho mai pedinata o seguita», «improvvisate sul lavoro? Ci sono andato una volta per il tagliando all’auto».

Il giudice non gli ha creduto, ha convalidato l’arresto e disposto il divieto di avvicinamento alla casa e al lavoro (300 e 500 metri) della giovane, oltre a ordinargli di non contattarla in alcun modo. Il processo continuerà il prossimo 15 febbraio.