Cariverona “alternativa”: più cultura, meno finanza

Cariverona “alternativa”: più cultura, meno finanza

Quando faremo i conti di quanto c’è costata la crisi economica iniziata nel 2007, tra le molte perdite e i danni pesanti da contabilizzare, certamente un capitolo non piccolo dovrà riguardare le Fondazioni bancarie, che nel Veneto, come altrove, in generale non hanno superato la prova e molte sono quasi del tutto scomparse (Cassamarca), altre ne sono uscite pesantemente ridimensionate nei patrimoni e nelle possibilità di perseguire gli obiettivi previsti per legge, certificando l’inadeguatezza dell’impianto normativo e soprattutto l’insufficienza delle classi dirigenti. Quest’ultimo è certamente il caso di Cariverona, che oggi, con un nuovo presidente, a quasi un quarto di secolo dalla sua istituzione, traccheggia tra l’onda di una finanza perigliosa e inospitale e il vortice di una politica assetata e affamata, ma senza un futuro certo. Recentemente i battiti cardiaci dell’istituto che fu di Paolo Biasi – e ancor oggi non sappiamo quando effettivamente sia di Alessandro Mazzucco – si sono ridotti. Forse non è un male, ma è sicuramente un dato.

Cariverona ha oggi un patrimonio immobiliare ragguardevole, del quale, dal momento che è stato conferito a un fondo apposito controllato dallo stesso Biasi, non si sa molto, in particolare non si conosce il bilancio delle entrate e delle uscite, la convenienza economica anche in tempi lunghi dell’operazione. Il resto del patrimonio, quello immobilizzato in azioni Unicredit, gronda lacrime e sangue con una perdita secca di oltre un miliardo tra il valore di mercato attuale (circa 400 milioni) e quello iscritto a bilancio (1421 milioni), per il 2,8% del capitale sociale della banca i cui uffici, ironicamente, svettano sul cielo di Milano.

In attesa di tempi migliori – che difficilmente verranno – intanto oggi Cariverona, sul piano dell’attività finanziaria, è condannata all’immobilità più completa, al punto che non è potuta intervenire a sostegno di altre banche del territorio, semplicemente perché avrebbe dovuto togliere il velo di pesanti perdite in Unicredit. Così se noi fossimo gli azionisti della Fondazione (come in realtà avremmo pieno titolo per ritenerci tali), non potremmo certo essere entusiasti della presente situazione della Fondazione, ma piangere sul latte versato, soprattutto dopo aver fatto in passato poco o punto per evitare di spanderlo tutto fino all’ultima goccia, oggi non avrebbe molto senso.

La nostra idea è che Cariverona, al pari delle altre Fondazioni bancarie, venne istituita con lo scopo preciso e principale di sostenere il proprio territorio, con le rendite del suo immenso patrimonio, svolgendo una tipica azione di sussidiarietà, nell’integrazione e non nella sostituzione degli enti pubblici, per tutto quanto essi non potevano e non dovevano svolgere. In realtà, nel corso di oltre vent’anni essa ha continuato a svolgere principalmente attività finanziaria, tenendo immobilizzato nell’istituto bancario che concorse a creare gran parte del suo patrimonio, contravvenendo così, se non alla lettera, certamente allo spirito della legge, verosimilmente per soddisfare le aspirazioni del suo presidente, desideroso di ritagliarsi un ruolo tra i finanzieri che contano in Italia. Ma mentre il patrimonio si esponeva ai rischi tipici della finanza – e l’utilizzo delle cospicue rendite tacitava ogni critica – solo una minima parte del denaro finiva in progetti condivisi e di reale interesse per i cittadini, la gran parte destinata a soddisfare gli interessi dei vari potentati locali e politici, religiosi e laici. Inoltre da ultimo crescevano gli investimenti immobiliari, consegnandoci oggi un profilo di una Fondazione Cariverona, nominalmente ancora «signora» del territorio, ma ridotta nei mezzi e soprattutto scollegata rispetto alle vere necessità della collettività.

Proprio in questo triste quadro, l’ascesa alla presidenza di un non finanziere quale è il professor Alessandro Mazzucco, potenzialmente potrebbe prestarsi, come abbiamo già avuto modo di scrivere, a interessanti e positivi sviluppi. A Verona, come nel Veneto e nel resto del paese, nulla negli ultimi decenni è stato trascurato, quindi è bisognoso, come la cultura. I nostri patrimoni culturali, dalle biblioteche ai musei, dalle istituzioni musicali a quelle artistiche, hanno disperato bisogno di investimenti strutturali che facciano recuperare il tempo perduto e le rilancino, anche per quella straordinaria capacità che esse hanno di costituire la maggiore attrazione dei flussi turistici. Una maggiore concentrazione verso gli investimenti culturali, una inversione di 180 gradi dalla strada degli investimenti immobiliari e dagli interessi della politica locale, in definitiva un ri-orientamento generale della spesa di Cariverona a quasi esclusivo favore del patrimonio culturale, oltre a costituire certamente una più piena attuazione delle finalità prescritte per legge, potrebbe efficacemente essere perseguita dal nuovo Presidente, al quale non mancano certo l’esperienza e le conoscenze per agire bene in tale settore.

Sappiamo bene che questa in realtà sarebbe una vera rivoluzione copernicana, una dichiarazione forte di autonomia dalla politica e dagli interessi locali in nome del sostegno alla cultura e a tutti quei progetti di lungo respiro, che veramente oggi e per un po’ di anni ancora certamente lo Stato non potrà sostenere. Un disegno ambizioso di riforma o meglio di restaurazione delle attività delle fondazioni bancarie, che a prima vista potrebbe sembrare velleitario e irrealistico, ma che in realtà oggi, a leggere i conti della Fondazioni, è l’unica strada alternativa a quella del declino e della scomparsa.

PrintFriendly and PDFStampa e PDF