Beni confiscati alla mafia: la mappa nel Veneziano

Beni confiscati alla mafia: la mappa nel Veneziano

VENEZIA. Dagli anni Ottanta la mafia veneta (cioè la cosca Fidanzati tramite il gruppo di Felice Maniero) ha iniziato a investire i suoi soldi nel turismo prima a Venezia poi nel resto del Veneto. Come risulta già nei verbali della Commissione parlamentare antimafia  di 22 anni fa (Relazione Smuraglia del 1994) vi sono alberghi, ristoranti, bar, stabilimenti balneari che sono stati – in toto o in parte – di proprietà di società e privati legati alle cosche, aquistati in contanti e a prezzi fino a otto volte superiori a quelli di mercato. Un trend confermato anche dall’ultima relazione della Direzione nazionale antimafia firmata dal procuratore Roberto Pennisi lo scorso 6 marzo. L’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata è stata invece fondata solamente 30 anni dopo. In Veneto non ha mai gestito beni importanti. Non sempre l’azione della magistratura è parsa in grado di affrontare i fenomeni di riciclaggio mafioso che, a livello locale, hanno portato al controllo di vasti settori economici.

La mappa dei beni confiscati nelle nostre province alle organizzazioni mafiose è molto importante perché fa vedere come sulle piazze venete, tradizionali roccaforti delle varie mafie, i beni sequestrati e confiscati siano in realtà pochissimi e di scarso valore: a Venezia, Padova, Este, Lido, Verona, Jesolo, Eraclea, Cortina, Treviso, Caorle e Bibione tra i beni gestiti dall’Agenzia non ci sono alberghi, aziende di movimento terra, ristoranti, aziende nel riciclo dei rifiuti, imprese edili o aziende di trasporto turistico ma solamente appartamenti, garage e fondi agricoli.


Sono oltre 27mila i beni confiscati alla criminalità organizzata: è il dato aggiornato al 31 dicembre 2015. Le inchieste sulle mafie al nord hanno fatto crescere il numero dei beni confiscati soprattutto in regioni che fino a pochi anni fa non ne avevano. 
Inchiesta pubblicata in collaborazione con Confiscati Bene sui quotidiani locali del Gruppo Espresso (elaborazioni grafiche Dataninja, Silvio Falciatori; coordinamento editoriale Marianna Bruschi, Agl-La Cronaca Italiana)

Venezia e provincia. Colpisce che in testa alla classifica dei beni confiscati ci sia un comune piccolo come quello di Portogruaro: 13 i casi, contro i 6 di Venezia e Mestre riunite. A Portogruaro, si tratta fra l’altro di 6 appartamenti in condominio, 2 box garage, 3 stalle e scuderie e 2 magazzini-deposito. A Campolongo, “patria” della mafia veneta legata a Maniero ci sono 12 beni confiscati. Seguono a ruota Salzano con 9 beni confiscati, Jesolo con 4 tra cui una villa,  San Donà, Campagna Lupia, Mira e Stra con 3 ciascuno, quindi San Michele al Tagliamento-Bibione con 2, Martellago e Caorle con 1. Nel 2013 i beni confiscati in provincia di Venezia erano 37 e Portogruaro nemmeno compariva. Negli ultimi due anni è stato confiscato l”80 per cento del totale.

Riciclaggio. Viene da credere che i mafiosi non sappiano fare fruttare i loro soldi. Si tratta di una mappa molto importante proprio perché fa vedere quello che non c’è. È possibile che a Portogruaro siano avvenuti più sequestri che a Venezia, cioè la capitale del riciclaggio mafioso? Ma c’è anche una chiave di lettura opposta ma altrettanto importante: chi e che cosa sta mettendo radice dal punto di vista criminale nei piccoli centri? Come territori tranquilli ed economicamente “poveri” come Portogruaro, Limena, Vedelago o Sappada hanno una concentrazione di beni immobili di proprietà mafiosa così alta? Negli ultimi anni gli investigatori notano ad esempio che la più grande ditta di importazione di droga, la ‘ndrangheta, usa località defilate per impiantare le proprie ‘ndrine. Le ultime operazioni che hanno portato al sequestro di mezza tonnellata di cocaina purissima sono avvenute a Meolo e Roncade. Questo perché le cosche locali in Veneto sono fortissime e molto ben organizzate, capaci cioè di gestire l’importazione e lo spaccio di enormi quantità di droga, ma soprattutto di reinvestire in loco gli enormi guadagni che ne derivano.

Infiltrazione nei Comuni.Storicamente la primissima forma di riciclaggio dei capitali mafiosi in Veneto sono stati gli immobili, la seconda le aziende di movimento terra e quelle edili, la terza le aziende ricettive (hotel, ristoranti e bar), quindi il ciclo dei rifiuti. Ma l’obiettivo finale è entrare nel calderone degli appalti pubblici, la vera fabbrica italiana dei soldi. Per fare questo è necessario avere un referente politico a cominciare dai singoli Comuni e fare eleggere un proprio rappresentante nei Comuni piccoli è più semplice rispetto ai Comuni grandi. La mappa offerta quindi può essere un utile campanello di allarme per alcune comunità. Se in Comuni finora anonimi dal punto di vista criminale trovo un alto numero di beni confiscati ecco che la comunità dovrà chiedersi chi, a livello amministrativo, può essere il rappresentante delle cosche e quali sono i suoi affari con la Pubblica amministrazione. Infine un particolare che la dice lunga sul grado di penetrazione mafiosa nelle nostre province: se io e voi andiamo a chiedere un mutuo in banca molte volte ci sentiremo rispondere di no per una serie di motivi incredibilmente lunga. Le proprietà dei mafiosi in Veneto, anche di quelli che per il Fisco appaiono nullatenenti, sono invece tutte soggette a mutuo ipotecario. Un caso?