A Verona la patata scalza la mimosa

A Verona la patata scalza la mimosa

Silvino Gonzato

In occasione dell’8 marzo, festa della donna, la “Gronda“, il giornale del Birbarelli detto el Birba, – scrive la Olga – dedica l’intera prima pagina alle celebrazioni che si tengono nel mondo. Ho appreso così delle cose interessanti che non trovano riscontro nemmeno nell’enciclopedia che ho vinto con i punti dei dadi Star.

Per esempio ho letto che tra gli indigeni dell’Artico, in questo giorno, marito e moglie invertono i ruoli: lui se ne sta nell’iglù a cucinare e a sbrigare le faccende domestiche mentre lei esce a cacciare le foche. Paese che vai, usanza che trovi. Così a Changsha, città della Cina centrale, le donne, per alleviare lo stress accumulato durante tutto il tempo dell’anno, scendono in strada e si prendono a cuscinate con gran svolazzo di piume. A San Faustin, nel sud del Brasile, le mogli prendono a bastonate i mariti. In Colombia li buttano invece fuori di casa e festeggiano con le amiche, e a volte con gli amici.

Sulla “Gronda“ si legge anche che non in tutto il mondo è la mimosa il simbolo dell’8 marzo. In Cina, per esempio, è il gelsomino. El Birba sembra però ignorare che a Verona da quest’anno è la patata.

E, infatti, l’ho appreso leggendo il sito de L’Arena. Da lunedì scorso due artiste veronesi, Silvia Lana e Ilaria Marchesini, si appostano nei punti di maggior passaggio della città e, invece dei tradizionali ramoscelli di mimosa, offrono alle donne una patata, non da gnocchi ma da gnocca. Io, al momento, non ho capito e ne ho chieste due o tre per fare il purè. Pensavo infatti che le due signorine fossero coltivatrici dirette che, dando via le patate gratis, protestassero contro il crollo delle quotazioni alla produzione, come fanno con i pomodori in Puglia.

Ma dopo che il mio Gino, che è più smaliziato di me, mi ha aperto gli occhi, mi sono meravigliata che si potesse combattere il sessismo e il maschilismo con un vegetale così smaccatamente allusivo e il cui nome fa parte del lessico spregevole dei sessisti e dei maschilisti. Poi, però, mi sono detta che non conta tanto il simbolo quanto lo scopo che si vuole ottenere. In ogni caso, al di là di ogni riflessione sull’efficacia del gesto provocatorio delle due artiste, in tempi di crisi il regalo di una patata è più utile di quello di una mimosa, che è bella da vedere e buona da annusare ma che non si può usare per fare il minestrone.